Vaticano S.p.A – Da un’archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della chiesa, di Gianluigi Nuzzi.

Gianluigi Nuzzi è nato a Milano nel 1969. Inviato di «Panorama» dopo aver lavorato a «Il Giornale» e collaborato con il «Corriere della Sera», dal 1994 segue le più rilevanti inchieste giudiziarie con implicazioni politiche e finanziarie del nostro paese. Negli ultimi anni i suoi scoop hanno fatto scandalo e determinato nuove indagini come nella guerra tra l’ex ministro Vincenzo Visco e l’ex numero uno della Guardia di finanza Roberto Speciale, le intercettazioni di Piero Fassino e Giovanni Consorte («Allora Gianni siamo padroni di una banca?») e quelle di Gianpiero Fiorani e Antonio Fazio («Tonino ti darei un bacio in fronte») nell’inchiesta sulle scalate a Bnl e An-tonveneta o, più recentemente, quelle dell’allora premier Romano Prodi.

Le carte segrete di un monsignore importante

Un archivio sterminato di documenti riservati e inediti (contabili bancarie, lettere, relazioni riservate, verbali dei consigli di amministrazione, bilanci segreti dello Ior, copie dei bonifici e cartellini dei conti «cifrati»). E il materiale che mi ha consentito di entrare nei segreti del Vaticano e che ho avuto per espressa volontà di monsignor Renato Dardozzi (1922-2003), tra le figure più importanti nella gestione delle finanze della Chiesa, dal 1974 alla fine degli anni Novanta.

Per più di vent’anni Dardozzi è uno dei pochi, pochissimi monsignori presenti alle riunioni riservate dei più stretti collaboratori del pontefice sulle delicate trame della Santa Sede.

Ore nelle salette a doppie porte tra stucchi, velluti e allusioni per raddrizzare spregiudicate operazioni in nome della Chiesa. Disinnescare autentiche mine finanziarie, soffocare scandali, allontanare prelati senza scrupoli appena un gradino sotto il santo padre. La storia sembrava chiusa con le passate vicende dell’Ambrosiano ai tempi dell’arcivescovo Paul Marcinkus. E invece puntualmente si ripropone, avvolta come sempre in una cortina di silenzio.

vaticanoIl Vaticano sviluppa i propri affari nell’assoluta riservatezza, proteggendo il delicato rapporto tra questa teocrazia e il denaro. Le intense attività della holding della Santa Sede rappresentano uno dei segreti meglio custoditi al mondo. Persino il bilancio consuntivo consolidato della Chiesa, diffuso a luglio di ogni anno, offre solo dati generici. Questo silenzio è voluto e quotidianamente tutelato. A ogni costo. Sebbene il riserbo, quest’assenza di informazioni, alimenti leggende, rimane tuttavia una delle regole auree dei banchieri dalle lunghe tonache, ben più riservati dei loro schivi colleghi laici.

Il silenzio protegge tutta l’economia e quindi anche gli affari più discutibili che segnano la vita finanziaria della Romana Chiesa. Il silenzio difende il rapporto fiduciario con i fedeli, evitando così i danni del passato più recente. Infine, il silenzio è indispensabile alle cordate di cardinali per consolidare il blocco di potere che li rappresenta. Soprattutto dopo gli scandali della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, dell’Ambrosiano di Roberto Calvi e dello Ior con l’arcivescovo Paul Marcinkus.

Scandali che hanno compromesso l’immagine della Romana Chiesa, impegnando per vent’anni Giovanni Paolo II in una faticosa opera di riabilitazione dopo morti misteriose come quelle di Albino Luciani, papa per trentatré giorni, e dello stesso Sindona, avvelenato in carcere con una tazzina di caffè fumante corretto al cianuro. E omicidi insoluti, con Calvi ritrovato morto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Scandali che non si dovevano né si devono ripetere per non incrinare quel rapporto di fiducia che lega chi crede a chi diffonde la voce di Dio. Se invece questo silenzio venisse nuovamente infranto, se la finanza vaticana vivesse solo un momento di verità fuori dai giochi tra ipocrisia da una parte e

pregiudizio dall’altra, le ripercussioni sulla legittimità di ruoli e funzioni e i costi d’immagine sarebbero imprevedibili. Silenzio, quindi, tra le mura vaticane quando le operazioni dei banchieri del papa, arcivescovi e porporati, con i denari dei fedeli, si fanno disinvolte, o addirittura illegali. Lo Ior rimane uno dei luoghi più inaccessibili. Il Vaticano ammette a fatica la sua esistenza. Nei siti ufficiali della Santa Sede non se ne parla, nemmeno è indicato. E come se la finanza vaticana non esistesse.

“Le firme autorizzate sono due: de Bonis Donato e Andreotti Giulio.” – Dal documento bancario che rivela tra le firme autorizzate del conto Fondazione Spellman quella di Andreotti.

“Mamma de Bonis, lotta alla leucemia; Jonas Foundation, aiuto bimbi poveri: su quei depositi più che oboli transitano cospicue tangenti.”


“Stanno per chiudere la morsa. Fonti amiche della Guardia di finanza mi hanno allertato.” – Angelo Caloia, presidente dello Ior, è informato in tempo reale sull’attività dei

magistrati durante l’inchiesta Mani pulite.

“Beatissimo Padre, sento il dovere di mettere direttamente al corrente Vostra Santità dell’importo che l’Istituto è in grado di mettere a disposizione della Santità Vostra. L’importo è

pari a 72,5 miliardi di lire, risultanti a fronte di rischi di varia natura.” – Lettera di Angelo Caloia a Giovanni Paolo II, 16 marzo 1994.

“I titoli passati allo Ior sono il risultato di pagamenti di tangenti a uomini politici, per importi certamente a loro ritornati in forma pulita.” – Lettera di Angelo Caloia al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato del Vaticano, 5 ottobre 1993.

“Nel caveau dello Ior giacciono circa 27,9 miliardi di titoli di Stato italiani, Btp e Cct. Non tutti i numeri sono puliti.” – Dal report di Renato Dardozzi, ottobre 1993.

“L’operazione Sofia, vale a dire il tentativo di creare il Grande Centro che avrebbe preso il potere.” – Testimonianza di Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto di Roma, coordinatore dell’inchiesta sul golpe bianco-porpora.

“Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello Ior.” – Massimo Cianci mino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Il padre è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Lo stesso monsignor Dardozzi aveva fatto del silenzio una regola di vita. Mai una dichiarazione, un’intervista, una fotografìa. Mai nemmeno una citazione. Il suo sterminato archivio, che ricostruisce dall’interno le vicende finanziarie più tormentate della Romana Chiesa, non avrebbe potuto diventare pubblico prima. Dardozzi lascia il cono d’ombra scelto per tutta la vita solo dopo la morte. Ecco la sua ultima volontà testamentaria: «Rendete pubblici questi documenti affinché tutti sappiano quanto è accaduto».

Capire chi è Dardozzi diventa indispensabile per apprezzare gli oltre quattromila documenti raccolti in vent’anni di attività in Vaticano. Parmense del 1922, arriva al sacerdozio tardivamente. Solo nel 1973, a cinquantun anni compiuti, scopre la propria vocazione, viene ordinato sacerdote e si presenta in Santa Sede con un curriculum di prestigio. Laureato in matematica, ingegneria, filosofia e teologia, per la Chiesa abbandona una brillante carriera nel gruppo Stet (telecomunicazioni), che già lo vedeva alla direzione generale della Sip e direttore della Scuola Superiore per le telecomunicazioni Reiss Romoli. Dardozzi parla correntemente cinque lingue, frequenta il jet set internazionale e conosce il segretario di Stato Agostino Ca-saroli tramite padre R. Arnou, abate teologo con il quale ha collaborato alla stesura di diverse opere. Il rapporto personale e l’intesa totale con Casaroli, dominus dell’apparato vaticano negli anni di Karol Wojtyla, le competenze professionali e la discrezione lo fanno crescere rapidamente. Dardozzi agisce su delega diretta del ministero chiave del Vaticano, la segreteria di Stato, braccio operativo del pontefice.

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