La meditazione secondo Krishnamurti

Krishnamurti e la meditazione
3ème Millénaire n. 57 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Il primo contatto che ebbi con l’opera di Krishnamurti fu nel 1959 quando lessi il suo libro: “La prima e l’ultima libertà”. Ciò che mi interessò di più fu l’esame in profondità della questione “osservatore e cose osservate”. Questa questione era al centro del mio lavoro da molto tempo, come teorico della fisica, interessato alla teoria dei quanti. In questa teoria, per la prima volta nello sviluppo della fisica, l’idea che “osservatore e osservato” non possono essere separati, è stata avanzata come necessaria alla comprensione delle leggi fondamentali della materia in generale. A causa di questo, e anche a causa di molte altre cose, sentii che per me era urgente parlare con Krishnamurti direttamente e personalmente il più presto possibile. E quando lo incontrai in una visita a Londra, fui colpito dal vedere fino a che punto era facile comunicare con lui. Questo era reso possibile per l’intensità della sua attenzione e la libertà, fuori da tutte le barriere e lo protezioni, con la quale reagiva a ciò che avevo da dire. Come individuo nella ricerca scientifica mi sentivo assolutamente a mio agio con questo genere di reazioni, perché era della stessa qualità di quella che avevo incontrato nel contatto con altri scienziati coi quali ero mentalmente in accordo.

E penso più particolarmente a Einstein, che dava prova della stessa intensità e assenza di barriere nelle molte conversazioni tra me e lui. Dopo questo ebbi molti incontri, cominciai a vedere Krishnamurti regolarmente, a discutere con lui ogni volta che veniva a Londra. Fu l’inizio di una associazione divenuta più stretta tanto che mi sono interessato alle scuole, come Bockwood Park in Inghilterra, fondata per sua iniziativa. Durante quelle discussioni, esaminammo in profondità numerose questioni che riguardavano il mio lavoro scientifico. Studiammo la natura dello spazio, del tempo e dell’universo in rapporto alla natura esterna e in rapporto alla mente. Ma poi passammo a considerare il disordine generale e la confusione che domina la coscienza dell’umanità. E’ lì che incontrai ciò che sento essere la più importante scoperta di Krishnamurti. Ciò che diceva con serietà è che tutto quel disordine, causa ovunque di tanta infelicità e sofferenza e che impedisce agli uomini di operare efficacemente insieme, ha la sua radice nel fatto che ignoriamo tutto della natura generale dei nostri processi di pensiero o, per esprimerlo diversamente, si può dire che non vediamo ciò che succede quando siamo presi dall’attività del pensiero. Osservando da molto vicino quell’attività, Krishnamurti sente che percepisce direttamente quel pensiero come un processo materiale che ha luogo all’interno dell’essere umano, nel cervello e nel sistema nervoso che costituiscono un tutto. In generale, abbiamo la tendenza ad essere principalmente coscienti del contenuto di quel pensiero piuttosto che del modo con cui avviene. Si può chiarire questo punto vedendo ciò che succede leggendo un libro. Di solito si fa attenzione solo a ciò che si legge. Però si può avere coscienza anche del libro stesso, di come è fatto, delle pagine, delle parole, dell’inchiostro ecc. Lo stesso possiamo prendere coscienza della struttura e della funzione reale del processo del pensiero e non solo del suo contenuto. Come si può sviluppare una tale coscienza? Krishnamurti dice che questo esige ciò che chiama meditazione. Tuttavia si sono dati a quella parola tanti significati diversi e anche contraddittori, molti di essi sottintendendo un vago misticismo. Krishnamurti ha in mente una nozione ben precisa e chiara quando si serve di quella parola. Si può ottenere un’indicazione preziosa del suo significato considerando l’origine della parola (le radici delle parole confrontate al senso generalmente accettato oggi, spesso forniscono stupefacenti vie per arrivare al loro significato profondo). La parola inglese méditation è basata sulla radice latina med, che è “misurare”. Il senso attuale è “riflettere” e “dare una grande attenzione a”. In modo simile, la parola sanscrita Dhyana è molto vicina a dhyati che significa riflettere. Per cui meditare sarebbe riflettere, pensare, mettendo molta attenzione anche a ciò che avviene in questo tempo. Forse è ciò che intende Krishnamurti con l’inizio della meditazione. Cioè prestare molta attenzione a ciò che avviene in congiunzione con l’attività reale del pensiero che è la sorgente soggiacente al disordine generale.

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