Sulla chiaroveggenza e telepatia

La chiaroveggenza è un fenomeno simile alla telepatia e fu un’altra manifestazione psichica che rivendicò ben presto il diritto di essere studiata scientificamente. La percezione chiaroveggente è la consapevolezza di oggetti senza l’uso dei sensi, mentre la telepatia è la consapevolezza dei pensieri di un’altra persona, ugualmente senza aiuto sensoriale. Sebbene il termine “chiaroveggenza” significhi letteralmente “chiara vista”, in realtà non ha nulla a che fare con la vista. Le impressioni chiaroveggenti possono avere la forma d’immagini visive, ma possono anche essere d’altro genere. Qualunque percezione diretta di oggetti esterni è chiaroveggenza se i sensi non vi sono implicati.

Un esempio di chiaroveggenza spontanea chiarirà il significato che noi diamo a questa parola. Nel libro Phantasms of the Living viene riportato il caso di una bambina di dieci anni che ebbe la visione della madre giacente a casa ammalata. La bambina percorreva un sentiero di campagna leggendo un libro di geometria, quando, improvvisamente, tutto ciò che la circondava scomparve e vide sua madre, come morta, distesa sul pavimento di una stanza della loro casa. La visione era chiarissima; la bambina fece anche menzione di un fazzoletto orlato di merletto che stava a terra a breve distanza dalla madre. L’impressione fu così reale che la bambina invece di andare a casa, corse prima da un dottore e lo convinse a seguirla. Per farla breve, il medico la seguì e una volta entrato in casa trovarono la donna distesa a terra, esattamente come era stata vista nella visione, col fazzoletto orlato di merletto poco distante da lei. Il dottore le riscontrò un attacco cardiaco e disse che certamente non si sarebbe salvata se non fossero arrivati così tempestivamente.

Per cui, per quanto possa sembrare un fenomeno legato a telepatia, la visione che la bambina ebbe della scena dev’essere attribuita alla chiaroveggenza, ossia alla consapevolezza extrasensoriale di eventi oggettivi.

I casi spontanei di chiaroveggenza sono quasi tanto frequenti quanto quelli di telepatia; ma la prima non fece “appello all’indagine” fin dall’inizio come la seconda. Infatti, in passato, dove furono compiuti gli studi più numerosi (Inghilterra e America) sulla telepatia, la chiaroveggenza era quasi ignorata.

In principio si pensò che la chiaroveggenza, come la telepatia, fosse subordinata all’ipnosi. Lo stesso Mesmer (…/wiki/Franz_Anton_Mesmer) riscontrava frequentemente nei suoi soggetti in trance fenomeni simili alla chiaroveggenza. Riferendo ad una persona su ciò che chiamava lo stato “ipnotico”, scriveva:

«A volte, attraverso le sue intime sensibilità, il sonnambulo può vedere distintamente il passato ed il futuro». Egli racconta il caso di una sua paziente tutta desolata per aver smarrito il suo cagnolino, la quale, appena pesa dal sonno mesmerico, ordinò alla sua cameriera di andare a cercare il gendarme di servizio all’angolo della strada. Quando questi arrivò, la donna gli disse di recarsi in una via distante circa un quarto d’ora di cammino, dove avrebbe incontrato una donna col cane che aveva smarrito. E così fu.

Alcuni seguaci di Mesmer si servirono del potere della chiaroveggenza dei soggetti ipnotizzati per diagnosticare le malattie. Vi furono anche dimostrazioni di “chiaroveggenza viaggiante” (oggi si preferisce usare il termine visione a distanza), alcune della quali rivestirono importanza sperimentale. Per esempio: il fisico inglese Sir William Barrett, il medico svedese dottor Alfred Backman, e molti altri, riferiscono di aver ottenuto che dei soggetti ipnotizzati, da loro diretti, si proiettassero mentalmente verso luoghi lontani e ne ritornassero con una fedele relazione di avvenimenti specifici o altri elementi d’informazione che venivano in seguito minuziosamente verificati ed esattamente confermati.

Ma anche la chiaroveggenza (come la telepatia) può essere indipendente dall’ipnosi, come fu constatato.

Con il passare del tempo furono registrati e sperimentati, molti casi di chiaroveggenza, nei quali le persone sottoposte alla prova si trovavano nello stato normale di veglia. Giusto per stilare qualche nome – esperimenti di questo genere furono eseguiti da Naum Kotik in Russia, dal dottor Rudolf Tischner in Germania, da Miss Ina Jephson in Inghilterra e da Upton Sinclair in America. Anche in Polonia furono compiuti studi sulle sorprendenti dimostrazioni di chiaroveggenza del famoso Stefan Ossowiecki. In tutte queste prove, eccettuata quella di Miss Jephson, il soggetto cercava di descrivere o di riprodurre disegni od oggetti completamente occultati ed ignoti a tutti i presenti. Negli esperimenti di Miss J. Il soggetto doveva identificare delle carte da gioco.


Un altro tipo di chiaroveggenza è stato impropriamente chiamato “psicometria”. Ecco in cosa consiste: un oggetto che ha una storia speciale viene viene consegnato al soggetto, il quale cerca di commentare in modo particolareggiato gli avvenimenti passati attinenti all’oggetto.

chiaroveggenza telepatia carte zenerLe carte ESP

Negli anni ’30 o giù di lì, J.B. Rhine, uno dei ricercatori più seri e rigorosi in questo campo, iniziò a svolgere una serie di esperimenti nel Laboratorio di Parapsicologia della Duke University sulla chiaroveggenza e telepatia, al fine di provare la realtà di una facoltà soprannaturale e stabilire i rapporti di questa con altre facoltà dello spirito. In questi esperimenti (chiaroveggenza) cercò di semplificare e standardizzare il meccanismo in modo che richiedesse la minor attenzione possibile.

Per questo motivo progettò un tipo semplice di carte da gioco con i cinque simboli seguenti: stella, rettangolo, croce, cerchio, fascio di linee ondulate. Cinque carte per ciascun simbolo per un totale di 25 carte. Modificazioni trascurabili furono apportate di tanto in tanto a questi simboli ed il mazzo divenne noto col nome di Carte ESP.

Come prova iniziale di chiaroveggenza era molto spesso usato il seguente procedimento: si spiegava al soggetto la natura della prova, mostrandogli le carte, che venivano poi mischiate, alzate e poggiate coperte sul tavolo.

Lo sperimentatore con l’occorrente per scrivere in mano, sedeva al tavolo di fronte al soggetto e gli domandava di identificare la prima carta di sopra. Il soggetto rispondeva nominando uno dei cinque simboli, che veniva annotato, dopo di che si toglieva la carta senza guardarla. Nello stesso modo si procedeva con la seconda carta e così via fino all’ultima.

Il punteggio medio previsto dal calcolo delle probabilità risultava di 5 punti per ogni passata di 25 carte. Registrandosi un punteggio medio superiore, la deviazione, cioè il numero totale dei punti eccedenti quelli probabili, veniva computato con una misura matematica fissa, chiamata “misura dell’errore”. Tale misura, da lungo tempo usata nelle varie scienze, calcola il valore e l’importanza delle differenze, mostrando chiaramente che il caso da solo non potrebbe dare i risultati ottenuti. Per esempio: se in una prova consistente in 4 passate successive del mazzo di 25 carte, il soggetto segna in media 7.5 punti per ogni passata, cioè un totale di 30 punti, vi è una sola probabilità contro circa 150 che tale risultato (10 punti in più dei 20 previsti) sia dovuto al puro caso.

Naturalmente, la cifra indicante il punteggio medio può essere tanto più bassa quanto più alto è il numero delle passate costituenti la prova.

In una prova comprendente una serie di 8 passate, basta un punteggio medio di 6.5 per ottenere approssimativamente il rapporto di 150 a 1. Questo punteggio medio darebbe un totale di 52 punti, ossia 12 in più dei 40 previsti dal calcolo delle probabilità. Il rapporto minimo ordinariamente accettato dalla scienza per riconoscere che un risultato non proviene dal caso è quello di 100 a 1.

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