Un seduta medianica con Eusapia Paladino

Un seduta medianica con Eusapia Paladino

“DOTTÒ, sendite, faciteme ‘o piacere de dì a Santamaria che facesse ‘o gabinetto”, mi disse Eusapia in puro napoletano.

Infatti, erano circa le 10, e già da un pezzo gl’invitati, (ed i non invitati), sedevano nel simpatico salottino della Palladino, alla 113.ma strada. E, mentre il sig. Smeragliuolo, cognato dell’Eusapia, e da lei chiamato per celia “Santamaria”, dal paese di nascita, si accingeva ad aprire la solita cassa, per cavarne fuori i due pezzi di castorino nero, d’adibirne, uno, a ricoprire tre metri quadrati di parete, e l’altro per farlo servire come cortina, sospendendolo ad un fil di ferro filato, io pigliavo nota delle persone intervenute, per serbarne ricordo. In quella sera, erano presenti le signore M. Bovio del 340 E. 113.ma St., M. Vigorito del 417 E. 114.ma St., M. Smeragliuolo del 340 E. 113.ma St., e la signora M. Vecchio del 360 E. 113.ma St.; ed i signori dottor Cavazzi, dottor Stolfi, dottor Vecchio, avv. Vigorito, farmacisti Vecchio e Pipino, prof. Smeragliuolo, signori Langone, Bovio, di Poto.

In pochi minuti, il gabinetto fu pronto; e, mentre molti degli invitati, si levavano per venirlo ad ispezionare, noi deponevamo, dietro delle cortine, quegli oggetti, che, fra pochi minuti avrebbero fatto venir la pelle d’oca a tutti gli astanti: un piccolo tavolo rotondo, del peso di 34 libbre; un pianoforte giocattolo, il violino di “Santamaria”, e, su di una sedia comune, una tavoletta sottile, dalla superficie di un palmo quadrato, e su cui era distesa della creta molle. Ciò facemmo per tentar di avere l’impressione di un piede, o di una mano di qualche “entità”; od ottenerne la maschera addirittura.

Da una stanza contigua, fu portato vicino al gabinetto il tavolo “medianico”; un tavolo leggero, rettangolare, costruito di legno bianco, ed al quale possono sedere 5 persone, oltre il medio. Eusapia era di una “verve” simpaticissima, il che faceva prevedere, per quella seduta, dei buoni fenomeni. Sedette sulla sua solita sedia di Vienna, invitando a sedere, quali controlli, alla sua sinistra il dott. Stolfi ed il prof. Smeragliuolo; alla sua destra il dott. Vecchio ed il farmacista Vecchio: di fronte, all’altro estremo del tavolo, sedette il farmacista T. Pipino. Il resto Degl’invitati, sedevano parte nel salottino contiguo, parte in fondo all’istessa Nostra stanza.

Erano le 10 in punto, quando, tutti insieme, poggiammo leggermente le mani sul tavolo, costituendo la cosiddetta catena medianica, vale a dire un circuito chiuso tra le mani del medio e le nostre. Una luce viva era data da due fiammelle a gas, l’una incandescente, l’altra semplice; una lanterna a vetro rosso era pronta per esser adattata, al momento opportuno, sul becco a gas.

Dopo soli due minuti, cominciarono a sentirsi nel tavolo i caratteristici scricchiolii, a cui, dopo mezzo minuto, seguì una levitazione parziale. Il tavolo, vale a dire, si sollevò da un lato, poggiando su due piedi soli, e rimanendo in tale posizione per oltre 30 secondi. A questa, seguì subito una levitazione completa, che durò ben 15 secondi, ed in cui il tavolo si sollevò dal pavimento per circa venticinque centimetri, ricadendo poi di botto.

Eusapia_Palladino
Eusapia Paladino

A questo punto il dott. Vecchio, domandato se John, lo spirito guida della Palladino, fosse presente, ed avutane risposta affermativa con tre colpi netti, invitò il dott. Stolfi a produrre sul tavolo, con un dito, un ritmo qualsiasi, a fine di ottenerne una immediata ripetizione. Si battettero, infatti, quattro colpi, che furono subito ripetuti nel corpo del tavolo, al punto istesso dove erano stati prodotti. Il dottor Cavazzi, che non era in catena, volle ripetere l’esperimento, producendo, coll’unghia del suo indice, una lunga raschiatura sul centro del tavolo; e, due secondi dopo, si avvertì nettamente da tutti la riproduzione del fenomeno.

Tutto ciò avveniva a luce piena, e mentre le mani ed i piedi della media erano rigorosamente controllati. Le levitazioni intanto si seguivano, e, domandato John se volesse dimostrare agli astanti il suo buon umore col ridere un poco, o coll’accompagnare la marcia reale; ed ottenutane una risposta affermativa, si vide il tavolo sollevarsi, tutto di un tratto, venti centimetri dal pavimento, e, rimanendo per un mezzo minuto sospeso nel vuoto, scuotersi come un individuo che si faccia una grossa risata. Ricadde quindi, e, sollevatosi di nuovo, accompagnò coll’esattezza di un provetto musicista, per circa due minuti, due parti della marcia reale italiana, canterellata, a bassa voce, da alcuni presenti, e restando il tavolo ben s’intende, sempre sospeso nel vuoto. Ad una forte pressione esercitata per farlo cadere sul pavimento, si provava la sensazione di una resistenza elastica, come se poggiasse su di un cuscino ripieno di aria compressa.

Frattanto, si chiacchierava animatamente. Alcuni, i nuovi intervenuti, pieni di stupore, non cessavano di proclamare meravigliosi i fenomeni avvenuti; mentre, gli “habitués”, aspettavano con ansia la richiesta, da parte del tavolo, di meno luce. Seguirono, infatti, i cinque colpi, e la fiammella incandescente fu spenta. Si ebbe ancora qualche altra levitazione, e quindi novella richiesta da parte di John di meno luce.

In questo momento, l’unica fiammella a gas fu di molto diminuita, non tanto però da non vedere nettamente d’intorno. Eusapia, che sino a questo momento, era stata sempre dell’istessa “verve”, motteggiando a destra e a manca, ammutolisce; ed i suoi atti respiratorii cominciano a divenir rari e profondi. È il preludio del “trance”. Le levitazioni continuano ancora per qualche minuto, mentre la media, caduta in stato di “trance” completo, mette, di tanto in tanto, qualcuno di quei profondi sospiri, che, secondo una bestiale relazione di otto arruffapopoli — pardon — professori americani, sarebbero stati atti a determinare lo scuotimento delle cortine del gabinetto medianico.

Fu richiesta ancora meno luce; e, fattala, furon battuti, da parte del tavolo, 4 colpi, che, secondo una falsa interpretazione, vorrebber dire chiacchierare di fatti e persone estranee alla seduta, ed attendere dei fenomeni.

Siccome la seduta medianica, che io adesso riporto, ebbe luogo la sera del 7 maggio, il dottor Stolfi accennò alla morte di Eduardo VII, avvenuta la sera precedente. Aveva appena finito di manifestare il desiderio di volerlo vedere, quando la figura del re, marziale, nitida, splendida, apparve come una proiezione cinematografica, sul centro delle cortine. Si vedeva tutto il busto di un colorito bianco fosforescente, e sul volto si distingueva nettamente la barba. Fece tre inchini, e disparve. L’apparizione, da alcuni non vista perché rapidissima, e distratti, cominciava, naturalmente, ad essere messa in dubbio, quando, preceduto dai soliti quattro colpi del tavolo medianico, la figura del re comparve di nuovo,restando lì, questa volta, per oltre cinque secondi. Gl’inchini pur’anco si ripetettero, e con stile caratteristicamente reale: vale a dire restando fermo col busto, e flettendo lievemente il capo.

Intanto una cortina, a destra, si gonfiò tutta di un tratto, mentre un soffio gelido come di morte, sfiorava il volto del farmacista Pipino, e del signor Smeragliuolo.

Il medio dormiva in istato di “trance” profonda, avendo la mano ed il piede di destra affidati al dott. Vecchio; e la mano ed il piede di sinistra affidati al dott. Stolfi. Si avvertì del rumore nel gabinetto; ed ecco, dopo un istante, il piccolo tavolo venirsi a posare in mezzo a noi, sul grosso tavolo medianico, donde, dopo battuti quattro colpi, si sollevò di nuovo, ritornandosene nel gabinetto medianico.

Una invisibile mano, frattanto, batté tre forti colpi sulla spalla del dott. Vecchio; il pianino giocattolo viene violentemente lanciato, dal gabinetto, sul tavolo medianico, dove rimane per alcuni minuti immobile. Il dott. Vecchio, intanto, domanda chi fosse “l’entità”, che si trovava in quel momento tra noi, ed accennato a suo fratello Luigi, morto a Napoli il 1900, a soli 24 anni di età, nel periodo più roseo della vita sua, e che in ogni seduta spiritica era solito a venire, si ebbe, sia col tavolo, sia con tre strette di mano sul suo braccio sinistro, una risposta affermativa. Domandò pure se volesse mostrarsi, e se volesse suonare il pianino, ed i caratteristici tre colpi del tavolo non si fecero aspettare. Il pianino, che si trovava ancora in mezzo al nostro tavolo, librandosi nel vuoto, cominciò a suonare, producendo le istesse note, che una mano poteva produrre, poggiando successivamente, e con regola, le diverse dita sui diversi tasti. Fece un giro per aria, rasentando quasi la testa di tutti i partecipanti alla seduta, per poi posarsi sulla spalla sinistra del prof. Smeragliuolo, continuando a suonare. Si librò, quindi, di nuovo, sino all’altezza del soffitto, per andarsi a posare poi nel gabinetto medianico.

Durante questi fenomeni, noi potevamo nettamente distinguere e seguire tutti i singoli movimenti del pianino; ma neppure a pochi centimetri di distanza, vale a dire quando il pianino suonava in mezzo a noi, o sulle spalle del signor Smeragliuolo, noi potevamo discernere veruna mano che lo suonasse.

Seguì, dopo qualche minuto, l’apparizione di un volto molto impreciso ed indeterminato, un venti centimetri al disopra della testa del medio­ ma scomparve rapidamente. Una mano intanto, che fu, dopo pochi secondi, toccata e stretta da tutti i partecipanti alla seduta, venne a carezzare i capelli ed il volto del dott. Vecchio, mentre un volto umano, ricoverto dalla cortina, si avvicinava alla sua fronte, e due labbra vi scoccavano due piccoli baci. Fuvvi un momento di emozione generale, a cui seguì una calma ansiosa di altri migliori fenomeni. Nel silenzio perfetto infatti, si potette distinguere nettamente un singhiozzo, e tutti potettero udire le parole “fratello mio” pronunziate a voce afona sulle mie labbra, e seguite subito da tre piccoli baci. L’emozione era al colmo, sì da far ammutire ognuno.

La signora Vecchio, che, come ho detto, sedeva all’altro estremo della stanza, volle domandare a suo cognato (era sempre Luigino che stava fra noi) se accettasse da lei un fiore. Rispose subito di sì; ed, a mezzo del tavolo, disse che glielo avrebbe dovuto portare vicino al gabinetto medianico. La signora si fece coraggio, e, levato un giglio, da quattro che ce ne erano in un vicino portafiori, si accostò tremante a mezzo metro di distanza dal lato destro del gabinetto. La cortina si gonfiò sull’istante, sì da nascondere il corpo della signora quasi per intero, e due mani bianche, mobili, sensibili, calde, appartenenti ad un corpo invisibile, si avvicinarono e strinsero le sue; una, pigliandosi il fiore, e l’altra dando strette come di ringraziamento. La cortina tornò a posto suo, la signora Vecchio, pallida e tremante fu accompagnata a sedere, mentre una mano, sostenendo tra il pollice, l’indice ed il medio un giglio, venne fuori dal mezzo delle cortine del gabinetto.

Rientrò quindi, e ricomparve di nuovo, sfiorando col giglio il naso di quasi tutti i partecipanti alla seduta: indi disparve. A questo punto, il farmacista Pipino domanda al fantasma se potesse di quel giglio darne un petalo per uno, ed ecco che tre colpi del tavolo, e tre strette di braccio seguono alla domanda.

Una delle cortine si gonfia enormemente, sì da ricovrire col suo lembo inferiore le mani del farmacista Pipino seduto all’estremo del tavolo, di fronte al medio, ed una mano misteriosa gli depone tra le dita un petalo di giglio. La cortina rimane così, e, dopo qualche secondo, un altro petalo vien deposto sulla mano sinistra del farmacista Vecchio. La cortina intanto se ne torna a posto, e alla domanda della signora Vecchio, se avesse potuto anche lei avere un petalo del giglio, il tavolo rispose che avrebbe dovuto avvicinarsi nuovamente al gabinetto, all’istesso posto di prima.

La signora si avvicinò, e, mentre la mano le deponeva nel palmo una foglia di giglio, un’altra mano misteriosa gliela stringeva fortemente, quasi per dirle di non perderla. Quindi una cortina si gonfiò di nuovo, ed un mezzo giglio fu rapidamente deposto sulla mano destra del dottor Vecchio. Sette forti colpi furono battuti nel centro del tavolo medianico; è il segno che il medio è stanco, e la seduta medianica deve aver fine.

Erano le 12, e la seduta era durata un’ora e mezza.

Tratto da ⇒ Spiritismo: Pagine Sparse (1914) del Dottor Anselmo Vecchio.

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