La Valle della Morte conosciuta come “Death Valley” è ancora viva.

La Valle della Morte (Death Valley National Park) è un Parco nazionale degli Stati Uniti sito nello Stato della California e in piccola parte nel Nevada. È rinomata perché circa al centro della valle si trova il punto più basso del Nord America.

Uno dei luoghi più desolati del mondo potrebbe nascondere un vulcano attivo

La Valle della Morte, in California, è celebre per essere tra i luoghi più desolati e aridi del mondo, ma ospita ancora qualcosa di vivo. Si tratta di un vulcano.

Il cratere Ubehebe si trova nel Parco nazionale della Valle della Morte. Ha un diametro di 2,4 chilometri e una profondità di 180 metri. Si formò molto tempo fa fa quando il magma in risalita incontrò dell’acqua: la colossale eruzione formò una nube di vapore a forma di fungo che scagliò detriti rocciosi a 320 chilometri l’ora nel raggio di diversi chilometri.
Finora gli studiosi davano per scontato che l’esplosione fosse avvenuta in un lontano passato, probabilmente diverse migliaia di anni fa, quando l’area della Valle della Morte era una zona umida. Il miscuglio esplosivo di magma e acqua, ritenevano, poteva essere spiegato dalla presenza di diversi laghi oggi scomparsi.
Ma un nuovo studio sembra far pensare che l’esplosione sia avvenuta in tempi più recenti, quando la Valle della Morte si trovava in condizioni simili a quelle attuali. Ciò significherebbe che sussistono tuttora le condizioni per una nuova eruzione.

Un vulcano molto giovane

Nel 2008 i due autori
della ricerca – Brent Goehring, che lavorava per il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, e Peri Sasnett, all’epoca studente universitario alla Columbia, visitarono la Valle della Morte nel corso di un viaggio di studio geologico.
I due si ritrovarono a domandarsi quale fosse la reale origine del cratere Ubehebe, che, sostiene Goehring, “ha un aspetto molto giovane”.
Col permesso del Park Service, i due hanno cominciato a raccogliere campioni dal cratere per l’analisi in laboratorio. I campioni, specifica il ricercatore, non sono di lava, ma piuttosto rocce prese da strati superficiali ricaduti in seguito all’esplosione.
Le analisi hanno rivelato che i campioni contengono isotopi rari che si formano quando le rocce vengono bombardate da raggi cosmici. E poiché la radiazione non penetra sotto terra, gli isotopi possono rivelare per quanto tempo una roccia è rimasta in superficie.

“Non stavamo datando la formazione della roccia in sé”, ha tenuto a sottolineare Goehring, ma piuttosto la data in cui le rocce erano state scagliate sulla superficie.

“Stavamo letteralmente contando gli atomi”, continua lo studioso. “Questi isotopi producono appena 10-15 atomi l’anno in un grammo di roccia. Si tratta di concentrazioni davvero bassissime”.

Gli anni incerti

Lo studio ha sostanzialmente confermato l’intuizione degli scienziati secondo la quale il Cratere Ubehebe fosse relativamente giovane in termini geologici.
Più che il frutto di un evento di migliaia di anni fa, Ubehebe e altri crateri vicini sarebbero quindi il risultato di una serie di esplosioni, la più recente (e grande) delle quali sarebbe avvenuta appena 800 anni fa.
Il metodo di datazione “è molto interessante”, dice Kelly Russell, vulcanologo della University of British Columbia a Vancouver, in Canada, che non faceva parte del gruppo di ricerca.
“Cerchiamo sempre di datare con precisione eventi vulcanici relativamente recenti”, aggiunge Russell. “E questo è il periodo più incerto e difficile, quello che riguarda eventi preistorici recenti”.

Ci sono le condizioni per una nuova eruzione?

I nuovi dati rivelano che l’eruzione è avvenuta in tempi abbastanza recenti da suggerire che la zona potrebbe tornare a essere vulcanicamente attiva.
“Un vulcano così giovane non può non essere considerato potenzialmente attivo”, dice Russell. E se c’è ancora acqua nella zona, ha aggiunto, c’è senz’altro il potenziale per una nuova esplosione.
Goehring è convinto che ci possa benissimo essere acqua a sufficienza. Quell’esplosione di 800 anni fa, dice, è avvenuta in un’epoca in cui la Valle della Morte era ancora più arida di oggi.
Anzi, ha aggiunto, “c’è effettivamente dell’acqua sotto quel cratere oggi. Ci sono delle fonti poco distanti”.
Non è certo necessaria un’enorme quantità d’acqua per dar vita a una gigantesca esplosione. “Bastano la quantità contenuta in un centinaio di piscine olimpioniche per generare una quantità di vapore sufficiente a creare un cratere come Ubehebe”, dice Goehring.

Una quantità maggiore di acqua, infatti, potrebbe addirittura soffocare una potenziale esplosione. “Il più alto livello di esplosività si ottiene con una giusta mistura di acqua e magma, né troppo né troppo poco di entrambi gli ingredienti”, spiega Russell.
Quanto al magma, non c’è modo di sapere quando potrebbe cominciare a risalire verso la superficie, incontrando così la falda acquifera.
Ad ogni modo, l’esplosione, che colpirebbe una zona sempre affollata di turisti, non arriverebbe senza preavviso.
“C’è da aspettarsi che sarebbe preceduta da attività sismica e idrotermale, come avvenne al monte St. Helens, che eruttò nel 1980”, assicura Goehring.
Stephanie Kyriazis del National Park Service è d’accordo: “Per ora non intendiamo lanciare alcun tipo di allarme o avvertimento”.
Se mai dovesse verificarsi, l’esplosione dell’Ubehebe sarebbe spettacolare e molto calda, almeno a giudicare dal “fungo” che ha già provocato in passato.

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