Tumori della pelle

Tumori della pelle

Tutto quello che c’è da sapere sull’abbronzatura

Se possiamo abbronzarci, è grazie a una particolare cellula presente nel livello più profondo dell’epidermide, lo strato basale. Il suo nome è melanocita e la sua attività principale è produrre melanina: questa proteina è un pigmento naturale ed è responsabile del colore non solo della nostra pelle, ma anche di iride, peli e capelli; inoltre, quando viene colpita dai raggi ultravioletti, ne assorbe l’energia. Si tratta pertanto di una specie di schermo naturale di cui ognuno è dotato: più si è scuri, più si è resistenti al sole.

Questo schermo, tuttavia, non può sostituire le creme solari. Quando siamo al sole, la nostra cute reagisce in due modi. La componente A dei raggi ultravioletti (quella meno pericolosa) colpisce la melanina già presente nella pelle e la ossida, scurendola in breve tempo: l’effetto si nota a vista d’occhio, ma non garantisce maggiore protezione nei confronti del sole.

Quando i più potenti UVB arrivano ai melanociti, invece, li stimolano a produrre una maggiore quantità di melanina (si pensa questo avvenga come reazione al danno genetico provocato): in questo caso, si tratta di un processo più lento che richiede qualche giorno per manifestarsi e che rende più efficace la nostra difesa naturale contro i raggi solari.

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Una pelle di tutti i colori

Ognuno ha il suo caratteristico colore: c’è chi ha una carnagione olivastra, chi invece è bianco come il latte, vi sono persone che si scottano molto facilmente, mentre altre sono più resistenti, senza contare poi quanto sia diverso il colorito tra caucasici e afroamericani. Queste differenze dipendono dalla quantità di melanina presente nell’epidermide, poiché il numero di melanociti è costante per ognuno di noi – ce ne possono essere oltre 2000 in un millimetro quadrato di pelle –, ma ognuno di loro produce più o meno melanina.

In particolare, esistono due tipi di melanina: quella scura (eumelanina) e quella rossastra (feomelanina). Nelle persone brune prevale la prima, mentre nei rossi la seconda. E nei biondi? Nel loro caso c’è un mix di entrambe. A seconda delle diverse tipologie di pelle, si può avere una classificazione che determina il rischio di scottature per ciascuno di noi. Questa scala è stata sviluppata nel 1975 da un dermatologo della Harvard University, Thomas Fitzpatrick. Ecco cosa si intende per ogni diverso fototipo.

  • Fototipo 1 Corrisponde a carnagione molto chiara, lentiggini, capelli biondi o rossi, occhi a loro volta chiari. La persona con questo fototipo è estremamente sensibile al sole, si scotta immediatamente con l’esposizione al sole e non si abbronza quasi mai; deve pertanto evitare l’esposizione diretta al sole e usare creme con fattori di protezione molto alti.
  • Fototipo 2 Anche in questo caso la carnagione è chiara, come gli occhi, spesso con lentiggini, i capelli sono biondi o castano chiaro. Le scottature arrivano con facilità, mentre è difficile che ci si abbronzi. è vivamente consigliato, quindi, usare creme molto protettive ed esporsi al sole con cautela.
  • Fototipo 3 Caratteristiche distintive sono i capelli castani, gli occhi chiari o marroni, la carnagione bruno-chiara. La persona con questo fototipo si scotta, ma riesce ad abbronzarsi con facilità. È consigliabile usare un fattore di protezione medio-alto.
  • Fototipo 4 Corrisponde a capelli castano scuro o neri e a occhi scuri, mentre la carnagione è olivastra o scura. È raro che si scotti e questo fototipo si colora piuttosto facilmente, ma è meglio usare sempre una protezione medio-alta.
  • Fototipo 5 Caratteristici sono i capelli neri, gli occhi scuri e una carnagione bruno-olivastra. L’abbronzatura sarà intensa ed è consigliata una protezione media.
  • Fototipo 6 Anche in questo caso capelli e occhi sono scuri, mentre la carnagione è nera. Ci si scotta con estrema difficoltà e può bastare una protezione media.

Cosa significa scottarsi

Se ci siamo scottati al sole, significa che non abbiamo messo abbastanza crema solare e che la melanina nella nostra pelle non è stata in grado di assorbire tutti i raggi ultravioletti che l’hanno colpita. In sostanza: è uno dei modi con cui la cute reagisce al danneggiamento del DNA nelle cellule.

Alcune volte questi danni genetici (mutazioni) possono essere riparati, altre volte la cellula è destinata a morire o si trasforma in cancerosa. Con la scottatura le cellule “lanciano un grido d’allarme”: dopo due ore dall’esposizione possono comparire infiammazione (eritema), gonfiore (edema) e bolle, il dolore più intenso si ha tra le sei e le quarantotto ore successive, ma la bruciatura potrebbe continuare a dolere fino a settantadue ore dopo. A seconda della gravità e dell’estensione della bruciatura, si possono accusare anche nausea, febbre, brividi di freddo, mal di testa e in questi casi è necessario rivolgersi a un medico.

Una volta scottati, possiamo fare ben poco, se non aspettare e cercare di alleviare i sintomi. Una doccia fredda può dare ristoro, senza però usare sapone sull’area irritata, si possono applicare impacchi freddi o – nel caso in cui non ci siano bolle – creme idratanti e, sotto controllo medico, in alcuni casi si possono assumere antidolorifici. Si deve evitare di sfregare la zona infiammata, perciò sono consigliati indumenti comodi e abbondanti. È da escludere un’ulteriore esposizione al sole.

Dopo qualche giorno, la pelle inizia a spellarsi: le cellule morte saranno sostituite da altre appena maturate, secondo quello che è un naturale processo di rinnovamento e per il quale non si può fare molto. Per questo è meglio non strappare i brandelli, rischiando di esporre cellule ancora fragili, ma attendere che cadano da soli.

I tumori della pelle

La nostra pelle è un vero e proprio organo e svolge diverse funzioni, come per esempio ricoprire tutto il corpo, difenderci dall’esterno, regolare la temperatura, evitare l’evaporazione e consentire il tatto, perciò bisogna averne cura, prestando particolare attenzione nei confronti del sole. I raggi ultravioletti sono in grado di penetrarle in profondità e non solo possono farla invecchiare prematuramente, ma anche danneggiarne il DNA e innescare lo sviluppo di tumori maligni.

Ecco i principali tipi di cancro della pelle che possono essere causati dal sole.

  • Melanoma – È il tumore più conosciuto e pericoloso. Come dice il nome, colpisce i melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina e può interessare sia la pelle integra sia un neo (o nevo) melanocitico. I nei scuri, infatti, non sono altro che un concentrato di melanociti e chi ne ha molti ha maggiori probabilità di contrarre un cancro cutaneo e deve, quindi, sottoporsi a regolari controlli per verificarne l’evoluzione nel tempo. In che modo si può capire se un neo si sta trasformando in un melanoma? Basta seguire la semplice regola ABCDE, per la quale se il neo diventa asimmetrico (A), ha bordi (B) irregolari e indistinti, un colore (C) variabile, dimensioni (D) in aumento o si evolve (E) nel tempo, è il caso di farlo controllare da un medico. A rischio, però, non sono solo le persone con molti nei, poiché infatti devono fare molta attenzione anche quelle con fototipo 1-2, con carnagione, capelli e occhi chiari. Se in famiglia ci sono già stati casi di melanoma, inoltre, le probabilità di contrarlo aumentano e anche chi si è scottato durante l’infanzia e l’adolescenza – molta cautela con i bambini, dunque deve tenersi sotto controllo. Tuttavia, il principale fattore di rischio resta l’esposizione cronica alla luce del sole. Perché tanti scrupoli? La motivazione è semplice: fino a pochi anni fa il melanoma era considerato un tumore raro, ma negli ultimi vent’anni la sua incidenza è aumentata di oltre il 4 per cento ogni anno e le conseguenze di un melanoma non trattato possono essere fatali. Negli stadi iniziali, basterà rimuoverlo chirurgicamente, ma in quelli avanzati alcune cellule cancerose possono entrare nel circolo sanguigno o linfatico (metastasi) e causare tumori secondari.
  • Basalioma – I carcinomi basocellulari sono i tumori cutanei più diffusi e riguardano le cellule basali dell’omonimo strato dell’epidermide – il più profondo. Raramente arrivano allo stadio di metastasi, ma distruggono i tessuti circostanti e possono sfigurare. Nell’80 per cento dei casi colpiscono generalmente testa e collo, seguiti da tronco (15 per cento), braccia e gambe. I basaliomi appaiono come piccoli noduli perlacei o come chiazze rosa che aumentano lentamente di dimensione, alcune volte sono pigmentati per cui possono essere scambiati per melanomi e il trattamento più usato è l’asportazione chirurgica. Anche nel caso dei tumori basocellulari, i maggiori fattori di rischio riguardano l’esposizione al sole e il fototipo (1-2).
  • Tumore squamocellulare – Questi carcinomi, chiamati anche spinocellulari, hanno origine dalle cellule più superficiali dell’epidermide, nello strato spinoso. Sembrano noduli o aree a bordi rialzati con una depressione centrale, ulcerati e a volte sanguinanti. Per diffusione è il secondo tumore cutaneo, dopo il basalioma. Può comparire ovunque sul corpo, ma generalmente insorge su labbro inferiore, padiglioni auricolari, cuoio capelluto, naso, dorso delle mani e genitali. Si rimuove con la chirurgia, perché può generare metastasi, ma solitamente non è mortale. È più probabile che si sviluppi su cute danneggiata e sofferente, magari a causa di precedenti ustioni o cicatrici. Anche in questo caso il fattore che lo scatena è l’esposizione solare e i fototipi chiari sono più a rischio. Questo tumore colpisce maggiormente le persone con più di 40 anni.

La vitamina del Sole

Si chiama vitamina D ed è essenziale per la salute delle nostre ossa. Grazie ad essa, infatti, siamo in grado di assorbire due elementi che introduciamo con l’alimentazione e che servono a rinforzarle: il fosforo e il calcio. Senza vitamina D (in particolare, la D3, o colecalciferolo) le ossa si possono ammorbidire e deformare, e la sua mancanza nei bambini, per esempio, può causare rachitismo. Anche se possiamo assumerla con alcuni alimenti come salmoni, sardine e sgombri, o burro, carne e uova, il principale apporto lo abbiamo dalla luce solare che colpisce la pelle. I raggi ultravioletti, infatti, sono in grado di scatenare la trasformazione del 7-deidrocolesterolo in D3 negli strati più profondi dell’epidermide. Quanto ci si deve esporre ogni giorno per garantire un adeguato assorbimento di vitamina D? Secondo gli esperti, basterebbe ricevere raggi diretti su viso, braccia, spalle o gambe per circa dieci-quindici minuti due o tre volte la settimana. Bisogna chiaramente sempre fare attenzione a proteggersi, soprattutto nel caso di fototipi chiari. Negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi sulla capacità delle creme solari di ridurre la produzione di questa fondamentale vitamina. Sebbene i risultati siano contrastanti, sembra che questa diminuzione esista, ma sia poco significativa.

Estratto dall’interessantissimo libro: La scienza sotto l’ombrellone.

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