Arundhati Roy: Gli indigeni ci salveranno dalla catastrofe

 Arundhati Roy è una scrittrice indiana, nonché un’attivista politica impegnata nei movimenti anti-globalizzazione.

Nel 1997 ha vinto il Premio Booker col suo romanzo d’esordio, Il Dio delle piccole cose (The God of Small Things).

Sua madre è originaria del Kerala e di religione cristiana, suo padre è un coltivatore di tè bengalese e di religione induista. Trascorre l’infanzia nel Kerala e a 16 anni va a vivere a Delhi in condizioni da senzatetto, dimorando in una baracca all’interno del Feroz Shah Kotla, il campo da cricket di Delhi. Riesce a studiare architettura presso la Delhi School of Architecture, dove incontra il primo marito, l’architetto Gerard Da Cunha.

Incontra il suo secondo marito, il regista Pradeep Kishen, nel 1984 e scrive le sceneggiature dei film In Which Annie Gives it Those Ones e Electric Moon, nonché della serie televisiva Banyan Tree; recita inoltre la parte di una ragazza contadina nel film Massey Sahib.

Arundhati Roy inizia a scrivere Il Dio delle piccole cose nel 1992 e lo conclude quattro anni dopo. Il libro è semi-autobiografico e racconta molta dell’infanzia trascorsa ad Aymanam. Il libro riscuote grande successo ed oltre ad essere premiato è stato tradotto e pubblicato in ventuno nazioni.

Arundhati-Roy

A tutt’oggi, Il Dio delle piccole cose è l’unico romanzo scritto dalla Roy. Da quando ha vinto il Premio Booker, Arundhati Roy ha preferito concentrare la propria attività di scrittrice scrivendo saggi su questioni politiche e sociali. Tra i temi affrontati vi sono il progetto della Diga del Narmada, le armi nucleari dell’India, il fanatismo religioso induista, le attività della multinazionale Enron in India. È considerata una delle figure guida del movimento mondiale anti-globalizzazione e nei suoi testi la critica al neo-imperialismo ed al neoliberismo è forte e veemente.

In risposta ai test nucleari indiani di Pokhran, nel Rajasthan, Arundhati Roy ha scritto il saggio “La fine dell’immaginazione”, una critica alla politica nucleare del governo indiano inclusa nella raccolta “Il costo della vita” (The Cost of Living), in cui viene affrontato anche l’impatto sulle popolazioni interessate del massiccio progetto di costruzione di dighe e centrali idroelettriche negli stati centrali e occidentali del Maharashtra, Madhya Pradesh e Gujarat.


Gli Adivasi, come altre, ormai in verità poche popolazioni e culture primitive che vivono negli angoli più reconditi della terra, costrette quasi alla clandestinità nelle migliori delle ipotesi, sono il cuore pulsante del Pianeta, la leva da cui potrebbe ripartire tutto affinché non tutto vada perduto. Ma questa leva sta diventando sempre più fragile e delicata, risuonano gli ultimi battiti: la catastrofe può essere alle porte. Non si tratta di una catastrofe eclatante e turbolenta, ma strisciante e silenziosa, la catastrofe della perdita delle tradizioni, del contatto con la madre terra, del rispetto dell’ecosistema e di chi lo abita.

La catastrofe della specie umana. Se dall’alto non si avrà l’umiltà e il buon senso di cambiare, di non ignorare, ma accettare l’errore e accogliere gli insegnamenti che stanno rischiando di morire in basso, nel sottobosco delle foreste depredate dei loro popoli, animali e tradizioni, tra quelli stessi popoli che posseggono un retaggio di conoscenze ancora non inquinato e ancora imperfettamente umano, se non si metteranno  in discussione i sistemi fallimentari, non si andrà ancora avanti per molto.

Indigeni vs capitalismo
Arundhati Roy nel suo ultimo lavoro “In marcia con i ribelli” è lapidaria: “Possiamo aspettarci che un’alternativa a quella che appare la morte certa del Pianeta scaturisca dall’immaginazione che per prima ha dato origine a questa crisi? Sembra improbabile. L’alternativa, se ce n’è una emergerà dai luoghi e dalle persone che hanno resistito all’impulso egemonico di capitalismo e imperialismo invece che farsene cooptare.”

Tra coloro che lei definisce “persone che hanno resistito all’impulso egemonico di capitalismo e imperialismo” ci sono popolazioni disparate e diversificate, come gli adivasi delle foreste indiane appunto, oppure gli Yanomami o i Guarani del Brasile, o ancora gli Algonquin del Québec, i Penan del Borneo, gli Awà dell’Amazzonia o i Boscimani del Kalahari, tra le altre. Popolazioni che associazioni come Survival o L’Associazione per i Popoli Minacciati cercano di proteggere. Quest’ultima, per esempio, ha da poco informato dell’inversione di marcia del governo cinese circa il destino degli ultimi popoli nomadi della Cina, secondo la quale, entro il 2015, gli ultimi rimasti dovranno obbligatoriamente diventare stanziali e insediarsi in villaggi creati su misura per loro. Con quanto ne conseguirà.  Oppure Survival che ha realizzato un video su quello che sarà il destino degli Awà se non ci si muove a fare qualcosa per aiutarli. Oltre a questi, ci sono troppi altri esempi di popoli che stanno soffrendo, a tutte le latitudini. Così tanti che questo sarà uno dei punti più toccanti all’ordine del giorno del prossimo summit internazionale sull’ambiente e il territorio, il Rio+20.

Rio+20 e l’Italia

L’Italia per parte sua cosa sta facendo? In occasione del summit mondiale, i rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, esperti in vari settori, climatologi, filosofi, economisti, operatori di economie sostenibili, antropologi e ambientalisti hanno deliberato di proporre alla Conferenza di Rio+20 l’istituzione di un’Agenzia mondiale per l’ambiente supportata da una Corte Internazionale Penale, con giurisdizione diretta sui crimini ambientali e le inadempienze dei vari stati. Di questa proposta l’Italia è candidata a farsi portavoce. Un compito arduo, una responsabilità notevole, come quella che hanno del resto i popoli indigeni delle zone più recondite della Terra. Popolazioni primitive, da cui gli abitanti dei rispettivi stati dovrebbero imparare, assimilare e condividere le conoscenze e tradizioni, invece di farne genti da ghettizzare in villaggi creati ad hoc. Insomma, le popolazioni primitive ce la faranno a salvare il Pianeta contro il capitalismo che fa fatica persino a frenare la sua marcia inarrestabile? Lo si legge ancora nelle parole dell’autrice indiana:  “Il giorno in cui il capitalismo verrà costretto a tollerare al suo interno società non capitaliste e a riconoscere un limite alla sua sete di dominio, il giorno in cui verrà costretto a riconoscere che il suo serbatoio di materie prime non è illimitato, quello sarà il giorno in cui avverrà il cambiamento. Se c’è qualche speranza per il mondo, non risiede nelle stanze delle conferenze per il cambiamento climatico o nelle città piene di grattacieli. Si trova in basso, rasoterra, abbracciata alle persone che danno battaglia ogni giorno per proteggere le loro foreste, montagne e fiumi, perché sanno che le foreste, le montagne e i fiumi proteggono loro. Perciò dobbiamo chiedere a chi ci governa: potete lasciare l’acqua nei fiumi, gli alberi nella foresta? Potete lasciare la bauxite nella montagna? Se dicono che non possono, allora forse dovrebbero smetterla di fare la morale alle vittime delle loro guerre.”

Gli Adivasi e la vita sostenibile

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